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Bimbi separati

Bimbi separati
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Gli studiosi dei traumi sono concordi nel dividere i traumi in due grandi categorie:
Traumi e traumi.
Sarà anche paradossale ma, almeno nella descrizione, l’unica cosa che cambia è la “T”. maiuscola nel primo caso e minuscola nel secondo.
La diversità della “T” implica delle considerazioni molto importanti.
Ma prima di andare avanti, potrebbe essere utile definire cosa voglia dire la parola trauma.
Sono state date molte definizioni di Trauma Psicologico nel corso della storia. Ci può venire in aiuto l’etimologia stessa della parola, che deriva dal greco e che vuol dire “ferita”. Il trauma psicologico, dunque, può essere definito come una “ferita dell’anima”, come qualcosa che rompe il consueto modo di vivere e vedere il mondo e che ha un impatto negativo sulla persona che lo vive. (http://emdr.it/index.php/trauma/)
Tornando alle “T”
I “Traumi” sono degli eventi traumatici che hanno una spiccata connotazione oggettiva: incidenti stradali, alluvioni, terremoti, naufragi, vengono descritti come eventi che per portare a delle gravi conseguenze emotive e psichiche, non hanno bisogno del fattore personale. Sono gravi “oggettivamente”.
I “traumi” invece sono classificati come eventi di una certa gravità che però non sono oggettivamente traumatici: ovvero hanno bisogno, per poter traumatizzare, del fattore soggettivo: ovvero qualcosa che nella storia personale della persona, venga in qualche modo riattivato dall’evento. È facile capire come avvenimenti che sono traumatici per alcuni, non lo sono affatto per altri.
Gli strascichi psichici ed emotivi che un evento traumatico si porta dietro, sono molteplici e molto molto spesso invalidanti. Continui flashback, paure collegate ad aspetti dell’evento, difficoltà nel dormire, incubi, tensione continui, scatti d’ira ecc.
Le separazioni genitoriali sono eventi che portano inevitabilmente delle conseguenze nel mondo psichico del bambino.
Ma nel bambino le conseguenze del trauma come si manifestano?
E soprattutto: in un sistema psichico ancora acerbo come è quello dei bambini, quali sono i sintomi a cui si deve prestare attenzione?
Sintetizzando l’individuazione di sintomi specifici per fasce di età:
Età prescolare: tra i sintomi più frequentemente osservati nei bambini piccoli, fino a 6 anni di età, si annoverano paure generalizzate come ansia di separazione, paura degli estranei, evitamento di situazioni, disturbi del sonno, preoccupazioni nei confronti di eventi o simboli legati al trauma. I bambini mostrano aspetti dell’evento traumatico durante il gioco e possono perdere una competenza acquisita durante tappe di sviluppo precedenti.
Età scolare: i bambini dai 6 ai 12 anni hanno difficoltà a ricordare l’esatta sequenza degli eventi che hanno caratterizzato l’episodio traumatico. Ritengono che esistano dei segnali di allarme, dei presagi, che preannunciano il trauma e quindi pensano, stando perennemente in agitazione, di poter riuscire ad evitare traumi futuri. Riproducono aspetti del trauma nel gioco, nei disegni o nelle verbalizzazioni. Presentano comportamenti regressivi, evitamento scolastico, scarsa autostima, difficoltà nel riporre la fiducia negli altri e sentimenti di isolamento.
Adolescenza: gli adolescenti mostrano sintomi simili a quelli degli adulti anche se a differenza di quest’ultimi possono cimentarsi in “giochi traumatici”. È possibile poi che nella loro vita di tutti i giorni tendano a riprodurre continuamente la condizione traumatica. Più dei bambini e degli adulti possono esibire comportamenti aggressivi. Presentano problemi nelle performance scolastiche e nelle relazioni con i pari ed i familiari, scarsa autostima, difficoltà nel riporre la fiducia negli altri, abuso di sostanze.
La conclusione è che se la separazione viene vissuta dai genitori come l’unica strada possibile, i figli tendono a metabolizzarla in maniera molto diversa.
In molti casi tali sintomi possono essere letti ed interpretati dai genitori come “capricci”, svogliatezze o peggio come influenze negative che l’altro genitore agirebbe sul figlio (la famosa P.A.S.).
È importante allora fare un distinguo, perché questi scenari possono essere possibili, è vero! Ma diventa importante riuscire a distinguere le cose.
Si diventa ex coniugi, ma mai ex genitori: quindi è importante per i figli di genitori separati, non solo un occhio particolare: ma soprattutto è importante per i due ex coniugi collaborare per il benessere del proprio figlio.
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Esperienze di Gestalt e Bodywork

ESPERIENZE DI GESTALT E BODYWORK

 Vite-americana

L’INCONTRO SARA’ CONDOTTO DAL DOTT. SERGIO MAZZEI

(Psicologo, Psicoterapeuta, Direttore dell’ Istituto Gestalt e Bodywork)

 

Quando: 12 e 13 Settembre 2015

Dove: Studio Metamorfosis, Via Nazionale Adriatica 456, Pescara

Costo dell’incontro è di 150,00 Euro

Per formalizzare la propria partecipazione all’incontro, è necessario confermare entro il 31 Agosto con una mail o telefonicamente ai seguenti recapiti:

ruggierogiovanni@gmail.com – Dott. Giovanni Ruggiero: 328 0140821

Per maggiori informazioni: http://igbw.it/

Psicoterapia ed orientamento sessuale

E’ disponibile la traduzione ufficiale in italiano del Report dell’APA sulle risposte terapeutiche appropriate per l’orientamento sessuale.

http://www.psicologiagay.com/report-apa-italiano/

compilate il report cosi da riuscire ad avere l’ebook gratuito.

un saluto!

Ortiche e Religioni

Feng shui;

Superstizione

Sciamanesimo.

Shintoismo.

Buddismo.

Vado avanti.

Gatti neri.

Non passare sotto la scala.

Assolutamente vietato far cadere il sale.

Figurati l’olio.

Tarocchi.

Lettura della mano.

I ching.

Psicoterapia.

Il tizio che fa precipitare un areo è depresso.

Aggiungerei che la luna è di formaggio.

L’elenco penso proprio che potrebbe continuare per almeno un’oretta.

La cosa che accomuna tutte queste “cose dell’uomo” è una e una soltanto: l’ortica.

Anzi l’ortica nel vaso di destra davanti l’ingresso dello studio.

Oggi è stata una giornata professionalmente triste. Anzi direi che più che triste è stata una di quelle giornate in cui, con la stessa intensità di un disco rotto, mi sono ripetuto: “

ma proprio il libero professionista dovevi fare?

Ma che ti sei svegliato a fare stamattina?

O, ma un contratto no?

Te la cavicchi in cucina (molto meglio di un parecchi “scalda-vivande”) apri un ristorante.

E poi di nuovo.

Ma proprio il libero professionista dovevi fare?

Ma che ti sei svegliato a fare stamattina?

O, ma un contratto no?

Te la cavicchi in cucina (molto meglio di un parecchi “scalda-vivande”) apri un ristorante.

…………………..

Tutto questo perché nell’arco di 10 minuti 2 pazienti hanno disdetto: uno ha detto che deve fermarsi; un altro per la prima volta mi chiama per cognome e dice che “oggi non posso. Mi faccio sentire io la prossima settimana”. Infine uno vuole andarsene perché “pago e non sto ricevendo quello per cui ti pago”.

In verità appena giunto in studio notavo con molta poca considerazione a dire il vero, che in mezzo a ciclamini, edere ed un falso gelsomino, stava rispuntando una piccola piantina di ortica. “uh guarda…. C’è di nuovo l’ortica”.

C’era l’ortica prima in quei vasi. Ortica e rifiuti; si, sembra esserci un’atavica consuetudine che porta chiunque veda un vaso vuoto, o con un pianta ormai secca al suo interno, a considerarlo come posacenere, un bidone dell’immondizia.

Tornato a casa, altre due persone disdicono appuntamenti. Per il pomeriggio e per l’indomani.

È una specie di tragedia. Una specie però.

Ho il bisogno di dare una forma a questa specie di catastrofe che sta avvenendo.

Il Feng shui dice che (a grandi linee e con buona approssimazione personale) l’ingresso della tua casa o del tuo luogo di lavoro se ben curato, con dei fiori, un vialetto e qualche altro accorgimento energetico estetico favorisce, invoglia in qualche modo l’ingresso di clienti e persone nel tuo studio, ufficio, posto di lavoro ecc.

Un’operatrice Feng shui una volta durante un seminario raccontava che c’era una grossa banca internazionale che ad un certo punto fallì. La sua spiegazione fu la seguente: “il palazzo in cui aveva sede la banca aveva i pilastri centrali poggiati su delle fondamenta triangolari: il triangolo è energie Fuoco. I pilastri energia Legno. Quindi la banca è fallita non per delle scelte azzardate rivelatesi sbagliate: no: è fallita a causa delle fondamenta triangolari.

Invece ieri mattina nel vaso c’era l’ortica: l’esatto contrario dell’accoglienza. Lei respinge, pizzica, urtica, infiamma: e non permette alla gente di avvicinarsi. Colpa sua se hanno disdetto”.

Il paradosso del paradosso poi è questo: tolgo l’ortica dal vaso. A parte la sua classificazione energetica e teoricamente respingente, è terribile da vedere in vaso. Subito dopo vengo contattato da un nuova persona che ha intenzione di intraprendere un percorso.

Era colpa dell’ortica. Tutta colpa sua. Il Feng shui aveva ragione. L’ingresso deve essere accogliente. E non respingente.

Cosi come per alcuni è colpa del gatto nero se qualcosa andava male.

Cosi come per alcuni è colpa del non equilibrio del bag ua se le cose vanno male a casa.

Cosi come per alcuni è colpa del peccato originale se ci tocca condurre una vita di sofferenze.

Cosi come è colpa dello sciamano senegalese che ha mi dato quella che una napoletana doc ha definito “la protezione con la mano sinistra”: chiedi una protezione sul lavoro e lui in effetti te la dona: impedendo ai clienti di arrivare in studio.

Mi viene in mente un dialogo tra due persone in un libro; uno chiedeva all’altro: “sai come fanno gli Dei a punire i desideri degli uomini? No? Li realizzavano”.

Considero alcune cose: le cose vanno male alle volte, semplicemente perché vanno cosi. (ah! Ho dimenticato di citare tra i vari modi di dare una cornice alle cose di citare il Karma).

Questo n teoria.

Nella pratica quotidiana le cose accadono: vengono lette con una personalissima lente: nel mio caso suppongo possa essere una specie di occhiali anni 80 (quelli che secondo la tecnologia dell’epoca servivano a vedere i film in 3D: una lente rossa, una lente blu (una legge la paura, una legge solo la tristezza). Quello che viene fuori è un viola strano.

Insomma: ho bisogno di dare una cornice che possa spiegare i fenomeni sgradevoli della vita di tutti i giorni, o perlomeno a me capita che se riesco ad incorniciarli in qualcosa di comprensibile, riesco a tranquillizzarmi.

Insomma: è colpa dell’ortica, è colpa del gatto, è colpa della nostra vita precedente.

Drago, drachen, dragon, dragua, ドラゴン

Vivere facendo l’artista è un’aspirazione mica da poco. Ad alcuni riesce. E per questi alcuni, va tutta la mia invidia.

A me per il momento è una soddisfazione riuscire a ritagliare del tempo da utilizzare per l’utilizzo di colori, pennelli e scalpelli.

In verità quella è la prima soddisfazione. La seconda riguarda essere riuscito a contrastare “le voci di dentro”, che spesso cito, che mettono i bastoni tra le mie ruote, relegandomi in una posizione di non azione (hai presente i vari “NON FARE! CHI TI CREDI DI ESSERE! NON PIACERA’ A NESSUNO! MA LASCIA STARE!” ecc ecc), e grazie a queste rimango in una posizione di “tranquilla in-sicurezza” dove non si rischia e quindi non c’è il rischio di perdere: un po’ grigia magari….ma sicura. Un po’ tanto grigia e poco soddisfacente, ma sicura. In quel limbo non si corre il rischio di non piacere, non si corre il rischio di essere criticato. E si può tranquillamente fantasticare su quando sarò citato nei libri di storia dell’arte E di tutti i critici che troveranno significati nascosti in alcuni tipi di pennellate, in alcuni solchi: frasi che suonano più o meno cosi :”….l’artista ha voluto esprimere il suo concetto di trascendenza a partire da….. (qui puoi aggiungere un parolone “artistico” qualunque: esegesi, metamorfosi,  dadaismo, post – qualcosa- ismo, ….). E io vorrei essere ancora vivo quando questo accadrà, perchè nella mia testa prima o poi accadrà, e farmi un sacco di risate nel leggere cose che non ho mai nemmeno preso in considerazione.

La terza grande soddisfazione è di essere riuscito a mettere in vendita uno dei miei lavori. Passare davanti al negozio e vederlo esposto, mi fa un effetto favoloso.

Poi c’è la scrittura; mi piace riportare quello che mi accade quando sono a tu per tu con il processo creativo. E allora riesco a combinare le cose che faccio con la cornice della Psicoterapia.

E’ cosa abbastanza comune oggi utilizzare il tramite artistico per facilitare la scoperta e la narrazione di sè: la ritengo una metodologia fantastica. ma per quanto mi riguarda l’arte è una cosa personale. e mi piace che rimanga cosi.

Oggi utilizzo il tramite del drago: è stato abbastanza casuale e non preventivato, ma dalla sua ideazione all’attuale processo in atto ho visto delle cose interessanti.

I draghi non sono tutti uguali. E non parlo della “semplice” distinzione tra draghi fantasy

e draghi orientali.

O meglio: quella è una distinzione interessante e significativa, ma non è l’unica e nemmeno la più interessante.

Con ogni probabilità tutti o quasi tutti siamo abituati a pensare a questa figura mitologica come un enorme rettile sputa fuoco. Ed è un rettile per intero: squame, niente peli, pupilla verticale, rettile dalla testa ai piedi. Abitualmente guardiani di torri e castelli, custodi di principesse addormentate o, per le più sfortunate, rapite.

Io ho sempre associato i secondi ai tatuaggi.

Disegnati sempre peggio rispetto a quelli fantasy il drago orientale, o dragone, o strano essere volante portatore di non si quali poteri mitologici e ambientali o magici, cambia di significato, e di senso, in base al colore, alla posizione, alla cultura. Per alcuni è considerato la somma di tutti gli animali.

Una specie di trascendenza. In effetti un leone più un serpente più un cervo più un uccello non è che danno vita alla somma delle loro essenze. No. Viene fuori un drago.

Eccovi le prove: “colore più funzione più poteri” è uguale a:

  • Tianlong ((ZH) ), dragone celeste che sorveglia i palazzi delle divinità celesti e funge loro da mezzo di locomozione (spesso trainandone la biga). Con questo nome viene indicata anche la costellazione del Drago;
  • Shenlong ((ZH) ), divinità del tuono raffigurata come un dragone con testa umana e stomaco in forma di tamburo;
  • Fucanglong ((ZH) ), guardiano del mondo ctonio e dei suoi tesori, spesso associato anche ai vulcani;
  • Dilong ((ZH) ), signore dei fiumi e dei mari;
  • Yinglong ((ZH) ), dragone alato associato con i temporali e la pioggia, funse da cavalcatura a Huangdi nell’esecuzione di Chi You;
  • Jiaolong ((ZH) ), dragone privo di corna, coperto di scaglie, signore delle creature acquatiche;
  • Panlong ((ZH) ), dragone di lago incapace di ascendere al cielo;
  • Huanglong ((ZH) ), dragone privo di corna simboleggiante l’Imperatore della Cina;
  • Feilong ((ZH) ), dragone alato che corre sopra le nuvole e la nebbia; il nome designa anche lo pterosauro;
  • Qinglong ((ZH) ), incarnazione del punto cardinale Est nella simbologia cinese del Si Ling, i “Quattro Animali”;
  • Qiulong ((ZH) ), contraddittoria definizione indicante sia un dragone con le corna sia un dragone privo di corna;
  • Zhulong ((ZH) ), anche Zhuyin ((ZH) ) gigantesca divinità draghiforme di colore rosso, con corpo di serpente e testa umana. Il giorno e la notte erano create dal movimento delle sue ciglia mentre i venti erano il frutto della sua respirazione. Da non confondere con il Drago-Maiale zhulong.
  • Chilong ((ZH) ), dragone privo di corna, anche demonio di montagna;

e poi ancora:

  • Longwang ((ZH) ) celesti governatori dei Quattro Mari;
  • Longma ((ZH) ), creatura mitologica che emerse dal Fiume Luo e rivelò il ba gua a Fu Xi.

E invece alcuni dragoni non presentano alcun riferimento alla parola “long“:

  • Hong ((ZH) ), un dragone a due teste, variante cinese del Serpente Arcobaleno;
  • Shen ((ZH) ), un dragone/mostro-marino mutaforma, ritenuto l’origine dei miraggi;
  • Bashe ((ZH) ), un dragone-serpente, simile ad un pitone gigante, che si nutre di elefanti;
  • Teng ((ZH) ) o Tengshe ((ZH) ; lett. “serpente impennato”), un dragone volante privo di zampe.

Si fa presto a dire drago. “ho un drago tatuato sul braccio”. “l’anno del drago”, “sei proprio un drago!”

nel momento in cui ho deciso di disegnarlo non avrei immaginato quanta differenza ci potesse essere SOLO per quanto riguarda la scelta del colore.

Cosa combina il drago alla mia attività di psicoterapeuta?

L’arte, ma nel mio caso specifico funziona meglio come esempio sia la pittura che la scultura, ha un potere molto forte: inibisce i pensieri, incolla al qui ed ora e riesce a tirare fuori un’attenzione molto ma molto focalizzata. Spesso in pochi centimetri quadrati. Tanto che per avere una visione che sia d’insieme devo fisicamente allontanarmi. Poi piazzare una luce e verificare cosa sto combinando

Per quanto mi riguarda, nella relazione io-quadro molto spesso mi accorgo di mettere in atto comportamenti che nella stragrande maggioranza delle volte esulano dall’ambito specificatamente artistico e li riconosco come facenti parte della mia realtà quotidiana: in questo secondo caso sono per la maggior parte vissuti in modo inconsapevole, automatizzati. Con sgorbie e scalpelli le cose cambiano e diventano particolarmente evidenti.

Se ci penso legno più acciaio è uguale ad insight: due cose fisiche che danno vita a qualcosa di spirituale.

Se ci penso di nuovo, due materiali che sommati, trascendono e danno vita a pensieri ed emozioni.

Mica male. E’ questa forse l’essenza del drago?

In verità penso che sia una capacità dell’uomo di riuscire a vedere le cose conosce. Se ci penso io provoco delle incisioni. Poi è il mio modo di vedere che associa a quella particolare incisione un senso che vale per me e solo per me.

Insomma arriviamo al punto in cui scolpire un drago è nello specifico un’idea.

Poi diventano linee, poi solchi, poi raffinati solchi, poi ancor più raffinati solchi che vengono effettuati in base a come immagino che l’illuminazione formerà delle ombre sul dipinto.

Decidere i colori poi sembra una cosa facile. Non lo è nemmeno per niente.

Decido che il MIO drago, non sarà un (classico???) dragone verde.

E già, la ricerca dell’esclusività, della cosa che possa rendere esclusiva una mia creazione è una costante.

fallo celeste. Con la pancia bianca. Lo sfondo nero. Rigorosamente nero, cosi i colori risalteranno”:

Il colore l’avevo deciso prima di sapere che un colore addosso ad un animale mitologico, non è semplicemente un colore: si porta dietro una mitologia spaventosamente ampia che come ho descritto cambia, e pure di tanto.

Ho lavorato in questo modo:

Deciso soggetto? Si; poi?

Immaginato e poi deciso colore;

color color….. ? Cerca sfumature di colore su google.

Cerca immagini e siti riguardanti il drago. Nello specifico cerca combinazioni scrivendo:

  • Drago cinese;
  • Chinese dragon;
  • Chinese dragon wallpaper;
  • How to draw a chinese dragon head;
  • Cosa rappresenta il drago;
  • Quanti tipi di drago?
  • Drago mitologia
  • Drago giapponese
  • Drago thailandese
  • Dragon tattoo.

E scopro cosi che a colori diversi corrispondono poteri e significati diversi.

Uno degli insight che è arrivato nei momenti più intensi è stato:

  • ho una condizione. Voglio cambiarla?
  • Potrei, ma mi piace cosi (“oppure cosi l’hai decisa? Uomo testardo che non sei altro.”)
  • Vediamo se e a che cosa corrisponde l’azzurro.
  • Certo, vediTrovato nulla?”(lo sghignazzo della vocina sarcastica è una costante delle sperimentazioni. Delle mie sperimentazioni).
  • O si…. È uno dei 4 animali mitologici cinesi.
  • E ti soddisfa? Se ci pensi è legno e colore” (dicevamo: sarcastica e svalutante. Legno e colore. Ma va! Polveri colorate e qualche diluente. Poi anche il legno. Ma quale legno! È la somma di cellulosa e di lignina. Cosi come gli scalpelli. Si fa presto a dire acciaio. Invece sono la banale somma di carbonio e ferro.)
  • Shh (silenzio voce svalutante e sarcastica).

Non è legno e colore. O meglio: si parte da legno e colore. Poi quello che sto facendo inizia a prendere un certo senso. Il drago azzurro ha il suo punto di riferimento nel punto cardinale EST: il suo elemento è l’acqua.

Tanto per dire.

Bene: tutte queste parole per dire che un colore è un colore. Un drago è un drago.

Quello che conta è la possibilità di darsi una chiave di lettura.

La possibilità di concedersi “un’elaborazione cognitiva del colore” che non è un’interpretazione, no.

È una cornice che permette di dare (e ricevere) nuova vita da una stessa condizione.

Condizione fondamentale in psicoterapia.

Una nuova cornice può ottenersi in vari modi: partendo dal corpo, dal modo in cui l’organismo si organizza davanti ad una situazione specifica, oppure ragionando cognitivamente. Personalmente penso che partendo dalla prima, ossia dal corpo, le cose diventino più chiare all’osservatore, che poi rimanda quello che sente e quindi fa in modo che le cose siano più chiare anche per chi in quel momento altro non fa che partecipare e “respirare”.

Dare una forma ad un qualcosa che una forma non ce l’ha, è una condizione fondamentale al fine di riuscire ad assimilare un’esperienza antica, e io aggiungere al fine di poter modificare l’esperienza presente.

Immagino che il tramite del quadro sia solo una delle possibilità.

Quel che conta è che alla fine di un processo, ciò che rimane è un senso di “compiutezza”.

Un po’ come quando fai un’escursione: cammini e poi ti arrampichi e poi cadi e ti rialzi per poi alla fine giungere da qualche parte. Arrivi e tiri un sospiro di sollievo. “ne è valsa la pena”.

il mio work in progress.

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“Saper salutare una cosa che finisce, quando finisce”

….è una delle arti del vivere.

Questa frase un giorno mi colpì. In effetti ho la tendenza a voler continuare una cosa bella quando finisce nella speranza che possa continuare ad essere, e ad essere bella.

E allora mi chiedo: come si fa a capire che qualcosa che stai facendo è terminata? Giunta al termine?

Ho l’intenzione di lasciare da parte tutto quanto sia “esperienze di vita”: penso proprio che addentrarmi con un articolo nel tema di “quando una relazione finisce” sia perlomeno complicato. Quella è roba per chi ne sa.

Vediamo se con i quadri la cosa funziona meglio, poi trasla quello che vuoi e quello che puoi.

Un lavoro, un quadro, inizia.

“Vorrei disegnare un pesce”.

Poi inizio.

Una linea storta diventa un trampolino per una cosa che non è un pesce. Ma magari un albero. E allora ci corro dietro e vedo dove porta. Nel caso specifico porta verso un disegno che avrò fatto centinaia di volte. La cosa divertente è che non era in programma.

Poi la “tecnica”: immagino che la tecnica imponga che strumenti nuovi portino a soluzioni creative nuove. Cosa si possa chiamare tecnica io non lo so. Ma so che gli scalpelli sono materialmente diversi dai pennelli. E che il legno è materialmente diverso dalla tela.

Il lavoro inizia.

Disegno, correggi, disegno, cancella, correggi, c’è un ramo che non serve. Toglilo. La chioma deve passare davanti al tronco. La parte scolpita del tronco non può essere cosi liscia. Si deve differenziare dalla corteccia, ma non cosi liscia. Il tronco è troppo tozzo. Ma in fondo è un bonsai e ci sta. Si, solo che sembra un verme. Slancialo un pochino. Ok. Cosi sembra meglio. Il ramo si deve vedere? Bo potrebbe. Vediamo. No, cancella. Il rametto passa davanti o dietro? Il vaso? Naaaa niente vaso.

Come faccio a rendere la corteccia più corteccia? Vorrei che il colore facesse poco o nulla. Il senso rugoso lo deve dare direttamente il legno. Scalpello minuscolo. Il suo taglio inclinato fa dei solchi di pochi millimetri. Sarà un lavoro lungo. Sarà un lavoro palloso. Ma andiamo avanti.

Se la corteccia è cosi, come faccio la chioma? Con la fresa di precisione. Si, cosi potrebbe funzionare.

Con quale fresa? La rotonda stonda e mangia troppo legno. La rotonda più piccola fa dei segni troppo larghi. Meglio quella da “quasi-dentista” piccolissima e precisissima. Sarà la stessa che utilizzerò per le squame del drago.

Vai, parti.

Ok. Se c’è la luce giusta rende. Altrimenti non rende proprio per niente. Poi arriva il colpo di genio. (“Sicuro che sia proprio di genio il colpo?” zitta voce, non ora) l’albero sarà un acero. Chioma rossa e corteccia bianca. Favoloso. Almeno sulla carta.

Bello. Bellissimo.

Poi arriva da lontano una vocina.

“un acero non può avere quello stile. Quello è per il ginepro. L’acero è acero. Non sono nemmeno sicura che possa avere parti scortecciate. Jin e shari penso proprio che non siano appropriati”.

“e non potevi ricordarti di parlare prima? Ora a cose fatte ci faccio poco”. La vocina non risponde.

Ho avuto tempo anche di lamentarmi del fatto che lo spirito di Canova non è mai tornato dall’aldilà per impossessarmi di me.

Ho immaginato un dialogo con una pianta.

Alla fine del quale immaginavo il famoso “PERCHE’ NON PARLI???”: Il dramma vero è che ho immaginato anche una risposta. Dell’albero: “COGLIONE SONO UN ALBERO. E GLI ALBERI NON PARLANO”. Zitta voce… non infierire.

Bastarda immaginazione.

Bene. Lo sfondo è grigio. Saranno gli intagli sul legno a fare le sfumature per me.

La pigrizia al contrario.

Finora il lavoro è stato cosi:

  • Sessioni di disegno;
  • Sessioni di scultura;
  • Sessioni di pittura.

Arrivano le peggiori, ovvero le “SESSIONI DI OSSERVAZIONE”. Guardo, scruto, trovo mille difetti e altrettanti motivi che mi portano ad optare per trasformare un quadro in legna da ardere.

Funziono cosi. All’inizio mi piace, poi lo adoro, poi mi piace meno, poi lo odio. Poi dipende. Mi può piacere definitivamente o posso odiarlo. Ad ogni fase corrisponde il delirio (“…congruo all’umore”)

Bene ora arrivo a: ma ho finito? Come decido che ho finito?

Cosa devo vedere, sentire, pensare, toccare per capire di aver terminato?

Il discorso è che una volta terminato il lavoro non sarà più mio. Sarà lontano e io non potrò più farci nulla.

Ed eccoci arrivati al nocciolo della questione.

Se io avessi un progetto potrei confrontare il risultato finale con quello ipotizzato all’inizio: aggiustare eventuali discrepanze, rivedere, correggere, aumentare, diminuire e poi finalmente rilassarmi.

Ma ahime, io volevo disegnare un pesce e invece mi ritrovo con un acero rosso. La cosa si complica. Mi pare che le due cose non siano paragonabili in termini di prima e dopo.

Quindi la domanda rimane.

Inizio a pensare che il termine del lavoro debba necessariamente coincidere con la sensazione soggettiva e personalissima di qualcosa. Bellezza? Senso di pienezza? Boh.

Naturalmente dirai tu.

Mica tanto naturalmente dico io. Nel senso che potrebbe essere una cosa scontata: poi quando ci porto l’attenzione e decido di scriverci qualcosa a proposito non c’è un bel niente di scontato.

Bene. La vera domanda è: Beethoven era sordo. Come faceva a sapere di aver finito? Fosse stato uno scultore la cosa avrebbe avuto meno importanza. Ma a quel tizio le orecchie servivano. Eppure componeva iniziava e finiva senza orecchie.

Questo rafforza la mia convinzione che certe cose le hai, punto. Non sono cose da esercitare. Quel tizio non aveva DNA. Aveva un pentagramma. Non aveva acidi ri-bo-nu-cle-i-ci. Aveva solo 7 note più i diesis e i bemolle. Forse i bequadri se sapessi cosa sono.

Bene.

La domanda è ancora li che mi guarda, ride e sa che almeno per il momento non potrò risponderle.

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