“Saper salutare una cosa che finisce, quando finisce”

….è una delle arti del vivere.

Questa frase un giorno mi colpì. In effetti ho la tendenza a voler continuare una cosa bella quando finisce nella speranza che possa continuare ad essere, e ad essere bella.

E allora mi chiedo: come si fa a capire che qualcosa che stai facendo è terminata? Giunta al termine?

Ho l’intenzione di lasciare da parte tutto quanto sia “esperienze di vita”: penso proprio che addentrarmi con un articolo nel tema di “quando una relazione finisce” sia perlomeno complicato. Quella è roba per chi ne sa.

Vediamo se con i quadri la cosa funziona meglio, poi trasla quello che vuoi e quello che puoi.

Un lavoro, un quadro, inizia.

“Vorrei disegnare un pesce”.

Poi inizio.

Una linea storta diventa un trampolino per una cosa che non è un pesce. Ma magari un albero. E allora ci corro dietro e vedo dove porta. Nel caso specifico porta verso un disegno che avrò fatto centinaia di volte. La cosa divertente è che non era in programma.

Poi la “tecnica”: immagino che la tecnica imponga che strumenti nuovi portino a soluzioni creative nuove. Cosa si possa chiamare tecnica io non lo so. Ma so che gli scalpelli sono materialmente diversi dai pennelli. E che il legno è materialmente diverso dalla tela.

Il lavoro inizia.

Disegno, correggi, disegno, cancella, correggi, c’è un ramo che non serve. Toglilo. La chioma deve passare davanti al tronco. La parte scolpita del tronco non può essere cosi liscia. Si deve differenziare dalla corteccia, ma non cosi liscia. Il tronco è troppo tozzo. Ma in fondo è un bonsai e ci sta. Si, solo che sembra un verme. Slancialo un pochino. Ok. Cosi sembra meglio. Il ramo si deve vedere? Bo potrebbe. Vediamo. No, cancella. Il rametto passa davanti o dietro? Il vaso? Naaaa niente vaso.

Come faccio a rendere la corteccia più corteccia? Vorrei che il colore facesse poco o nulla. Il senso rugoso lo deve dare direttamente il legno. Scalpello minuscolo. Il suo taglio inclinato fa dei solchi di pochi millimetri. Sarà un lavoro lungo. Sarà un lavoro palloso. Ma andiamo avanti.

Se la corteccia è cosi, come faccio la chioma? Con la fresa di precisione. Si, cosi potrebbe funzionare.

Con quale fresa? La rotonda stonda e mangia troppo legno. La rotonda più piccola fa dei segni troppo larghi. Meglio quella da “quasi-dentista” piccolissima e precisissima. Sarà la stessa che utilizzerò per le squame del drago.

Vai, parti.

Ok. Se c’è la luce giusta rende. Altrimenti non rende proprio per niente. Poi arriva il colpo di genio. (“Sicuro che sia proprio di genio il colpo?” zitta voce, non ora) l’albero sarà un acero. Chioma rossa e corteccia bianca. Favoloso. Almeno sulla carta.

Bello. Bellissimo.

Poi arriva da lontano una vocina.

“un acero non può avere quello stile. Quello è per il ginepro. L’acero è acero. Non sono nemmeno sicura che possa avere parti scortecciate. Jin e shari penso proprio che non siano appropriati”.

“e non potevi ricordarti di parlare prima? Ora a cose fatte ci faccio poco”. La vocina non risponde.

Ho avuto tempo anche di lamentarmi del fatto che lo spirito di Canova non è mai tornato dall’aldilà per impossessarmi di me.

Ho immaginato un dialogo con una pianta.

Alla fine del quale immaginavo il famoso “PERCHE’ NON PARLI???”: Il dramma vero è che ho immaginato anche una risposta. Dell’albero: “COGLIONE SONO UN ALBERO. E GLI ALBERI NON PARLANO”. Zitta voce… non infierire.

Bastarda immaginazione.

Bene. Lo sfondo è grigio. Saranno gli intagli sul legno a fare le sfumature per me.

La pigrizia al contrario.

Finora il lavoro è stato cosi:

  • Sessioni di disegno;
  • Sessioni di scultura;
  • Sessioni di pittura.

Arrivano le peggiori, ovvero le “SESSIONI DI OSSERVAZIONE”. Guardo, scruto, trovo mille difetti e altrettanti motivi che mi portano ad optare per trasformare un quadro in legna da ardere.

Funziono cosi. All’inizio mi piace, poi lo adoro, poi mi piace meno, poi lo odio. Poi dipende. Mi può piacere definitivamente o posso odiarlo. Ad ogni fase corrisponde il delirio (“…congruo all’umore”)

Bene ora arrivo a: ma ho finito? Come decido che ho finito?

Cosa devo vedere, sentire, pensare, toccare per capire di aver terminato?

Il discorso è che una volta terminato il lavoro non sarà più mio. Sarà lontano e io non potrò più farci nulla.

Ed eccoci arrivati al nocciolo della questione.

Se io avessi un progetto potrei confrontare il risultato finale con quello ipotizzato all’inizio: aggiustare eventuali discrepanze, rivedere, correggere, aumentare, diminuire e poi finalmente rilassarmi.

Ma ahime, io volevo disegnare un pesce e invece mi ritrovo con un acero rosso. La cosa si complica. Mi pare che le due cose non siano paragonabili in termini di prima e dopo.

Quindi la domanda rimane.

Inizio a pensare che il termine del lavoro debba necessariamente coincidere con la sensazione soggettiva e personalissima di qualcosa. Bellezza? Senso di pienezza? Boh.

Naturalmente dirai tu.

Mica tanto naturalmente dico io. Nel senso che potrebbe essere una cosa scontata: poi quando ci porto l’attenzione e decido di scriverci qualcosa a proposito non c’è un bel niente di scontato.

Bene. La vera domanda è: Beethoven era sordo. Come faceva a sapere di aver finito? Fosse stato uno scultore la cosa avrebbe avuto meno importanza. Ma a quel tizio le orecchie servivano. Eppure componeva iniziava e finiva senza orecchie.

Questo rafforza la mia convinzione che certe cose le hai, punto. Non sono cose da esercitare. Quel tizio non aveva DNA. Aveva un pentagramma. Non aveva acidi ri-bo-nu-cle-i-ci. Aveva solo 7 note più i diesis e i bemolle. Forse i bequadri se sapessi cosa sono.

Bene.

La domanda è ancora li che mi guarda, ride e sa che almeno per il momento non potrò risponderle.

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